Guillermo del Toro’s Cabinet of Curiosities – Bello, ma non Lovecraft

Con due mesi di ritardo, eccomi a recensire una Serie TV che aspettavo da mesi e che mi sono goduto con una birretta in una mano e una manciata di dolci di Halloween nell’altra. Guillermo del Toro’s Cabinet of Curiosities è il primo progetto targato Netflix del nostro affezionato freak di quartiere, un regista che non ha certo bisogno di presentazioni.

Stiamo parlando del vincitore nel 2017 del Premio Oscar come miglior regista con “La Forma dell’Acqua”, ma soprattutto di un creativo di prima categoria, sceneggiatore, autore, scrittore, poliedrico artigiano del cinema con una passione smodata per i mostri. Per Del Toro, i mostri incarnano esseri puri, liberi da convenzioni, miracolosamente imperfetti. I mostri siamo noi, quando smettiamo di giudicare noi stessi e ci accettiamo così come siamo, con le nostre stranezze.

“Mi piacciono i mostri, mi identifico con loro.”

G. Del Toro

Un regista con cui mi sono sempre sentito “a casa”, Del Toro. Mi ritrovo nella sua sensibilità, nel suo gusto estetico, nei temi politico-sociali inseriti con sapienza in un impianto narrativo orrorifico e fantastico. Come non rabbrividire o commuoversi guardando “La Spina del Diavolo” (2001) oppure “Il Labirinto del Fauno” (2006) o ancora il più recente “Pinocchio” (2022)? Storie forti, dove il vero orrore si nasconde nella società che circonda e soffoca i nostri protagonisti, come il Franchismo o il Fascismo nostrano.

Cabinet of Curiosities, invece, si presentava fin da subito come qualcosa di diverso. Una serie antologica meno impegnata ma nata semplicemente per celebrare l’amore viscerale del Guillermone per il racconto gotico. Demoni, spettri, alieni, zombie, ratti, divinità lovecraftiane

Nella serie tv di Netflix c’è dentro tutto, in un miscuglio irresistibile di generi e tematiche che hanno saputo conquistare un pubblico eterogeneo, sia l’amante incallito dell’orrore che chi si avvicinava al tema per la prima volta. Quasi tutti i registi scelti dal Del Toro hanno fatto un buon lavoro, confezionando delle puntate ricche di brivido e fascino, con un’estetica che fa gridare al miracolo per gli standard di un prodotto televisivo. Il mio episodio preferito? L’Autopsia, dove uno straordinario F. Murray Abraham si trova a fronteggiare un cadavere particolarmente chiacchierone.

Poi, ahimè, sono arrivate le puntate dedicate al mio autore preferito, H.P. Lovecraft. E qui, le cose hanno cominciato a scricchiolare, come una casa abbandonata piena non di fantasmi, ma di tarli.

Prima regola del Cthulhu Club: mai toccare la trama.

H.P. Lovecraft, per chi non lo conoscesse, è il padre dell’horror moderno. Una persona solitaria che, ancora oggi, sa influenzare e ispirare scrittori, sceneggiatori e registi. E pensare che lui, all’epoca, era sconosciuto a più, essendo costretto a lavorare principalmente come ghost writer (giusto per restare in tema) e a pubblicare per pochi spicci i suoi racconti su una rivista di nicchia, la Weird Tales.

Nelle sue opere, caratterizzate da uno stile aulico e forse per questo così affascinante, viviamo la lenta discesa nella follia di protagonisti che si misurano con inconcepibili mostruosità cosmiche. Non si può sfuggire all’orrore, ci dice Lovecraft. Un po’ perché la paura fa parte di noi da sempre, è il sentimento più antico che ci accomuna ai nostri antenati. E poi perché l’Universo è in realtà un luogo freddo, inospitale, ci ignora quando non ci odia. Una visione pessimistica che potremmo definire Leopardiana, solo che al posto di una siepe qui ci sono i tentacoli di una piovra. E che piovra!

Ora, i due registi che che si prendono cura di cotanto orrore riescono a sbagliare tutto. Mi riferisco a Keith Thomas, regista de Il modello di Pickman e di Catherine Hadwicke, regista de I Sogni della Casa Stregata.

I due, con stili diversi, fanno il medesimo errore. Aggiungono personaggi, cambiano le carte in tavola, riuscendo a rovinare l’equilibrio di due racconti che funzionavano alla grande. Catherine, ad esempio, sceglie di inserire arbitrariamente il personaggio insulso della sorellina quando Walter Gilman – lo studente protagonista del racconto – si avvicina alla casa stregata per mero interesse nell’occulto, non certo per salvare una parente morta prematuramente dall’Aldilà. Il fascino dei protagonisti lovecraftiani, dopotutto, è insito proprio nel loro essere soli, schivi, misantropi, a volte persino malvagi. Davvero è necessario inserire un protagonista buono a tutti i costi? Netflix, avevi forse paura che il pubblico non si identificasse? Chissenefrega, è Lovecraft, mica “Uccelli di rovo”, per tutti gli Shub-Niggurath!

Lo dimo, non lo famo. Ecco quando l’orrore funziona.

Ma ciò che mi ha fatto storcere il naso non si limita solo a questo. Se c’è una cosa che ci ha insegnato l’orrore, è che temiamo ciò che non vediamo. Nel cinema horror funzionano di più le ombre, le voci sussurrate, i rumori in cantina, la leggenda urbana che il nostro amico ci racconta attorno al fuoco, ad Halloween. Non ci serve vedere, quando dobbiamo immaginare. E questo Lovecraft lo sapeva meglio di chiunque altro.

Quando il mostro si fa ammirare in tutta la sua bruttura, quando sbuca ciondolando dall’armadio, l’incanto si rompe, sempre. E allora perché, caro il mio Keith Thomas, mi mostri il ghoul già nei primi minuti, andando a rovinare il finale a sorpresa del racconto? Tanto più che quel mostro sembra, senza altri giri di parole, mia nonna dopo il quarto bicchierozzo di vin rosso.

Lo stesso dicasi per I Sogni della Casa Stregata, dove nel racconto l’esistenza della Strega e del suo orrido famiglio – il ratto Brown Jenkins – possono sembrare fino all’ultimo solo il sogno di un pazzo. Lovecraft ha sempre giocato con il dubbio, con l’illusione, con poveri matti che non vengono creduti dalle autorità finché è troppo tardi. Eppure Catherine ci rivela i suoi mostri in quattro e quattr’otto. E la suspense va a farsi friggere.

Mostrare o non mostrare? È una domanda che non ci si dovrebbe nemmeno porre, e il fatto che Del Toro abbia permesso un errore così da principianti ai suoi pupilli mi ha fatto scendere di molto l’opinione generale su tutta la Serie TV.

In conclusione

Guillermo del Toro’s Cabinet of Curiosities è un esperimento riuscito, ma solo a metà. Tre puntate strabilianti difendono con orgoglio la qualità della Serie TV, mentre altri cercano di affossarla nella mediocrità. Stiamo parlando di una serie antologica gotica che colpisce comunque nel segno, ispiratissima nello stile, se non fosse per qualche stonatura. Mi riferisco proprio agli episodi dedicati al “Solitario di Providence”. Il fatto che Del Toro abbia “benedetto” quei progetti azzoppati, proprio lui che lo ama alla follia Lovecraft, mi fa capire che, in fin dei conti, l’amore per un autore non basta. Deve esserci anche una sensibilità in comune. Mi dispiace, ma Lovecraft e Del Toro abitano su due pianeti diversi. Nichilista uno, romantico l’altro. Il primo sogna galassie, buchi neri, Dèi idioti e ciechi. L’altro si perde in ingranaggi, foglie e merletti.

Preferirei che Le montagne della Follia – il progetto che Del Toro sta cercando di girare da anni – non vedesse mai la luce. Se deve diventare altro, meglio che resti sepolto nel ghiaccio delle sue pagine bianche. Lì dove fa più paura.

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