Midnight Mass – Dacci oggi il nostro horror quotidiano

Da sempre, religione e horror vanno a braccetto. Ce lo insegna il seminale The Wicker Man (1967), vero capolavoro di Robin Hardy e nucleo fondante del Folk horror moderno, che in questi anni sta rivivendo la sua primavera (Midsommar, Apostolo, The Vvitch). Un sottogenere horror che gioca con la religione cristiana, il paganesimo, i pericoli della natura, l’isolamento delle comunità. In piccoli villaggi nascosti dalla civiltà, o in isole nebbiose perse nel nulla, si risvegliano mostri (spesso umani) guidati da pregiudizio e fanatismo.

Anche Midnight Mass – la nuova fatica di Mike Flanagan con Netlix rientra appieno in questo filone. Con una piccola differenza: la religione appare come uno dei temi chiave, sì, ma solo come corollario a qualcosa di più importante. Al centro c’è l’essere umano e la sua paura verso la morte, che ci spinge ad aggrapparci a tutto pur di avere un flebile, speranza di immortalità.

Flanagan non sbaglia un colpo

Dietro alla sceneggiatura e alla MDP c’è lui: Mike Flanagan. Uno dei registi horror che preferisco, la mente dietro a grandi successi come Oculus (2013), Hill House e il Gioco di Gerald. L’unico scivolone – si fa per dire – è con il Doctor Sleep di Stephen King, ma nemmeno Kubrick in persona sarebbe riuscito a tirare fuori un capolavoro da un libro così fiacco e povero di idee (lo considero il peggiore mai uscito dalla penna del “Re”).

Ma Stephen King è sempre presente: nel ritmo della narrazione, nell’introspezione dei personaggi, nella coralità, nella lentezza misurata di una storia che poi esplode all’improvviso, come una notte di terrore dopo la quale niente sarà più come prima.

Sorretto da un cast davvero ispirato (eccezionali Hamish Linklater, Samantha Sloyan e Kate Siegel), la nuova serie horror di Netflix è davvero una piccola perla horror, probabilmente il miglior prodotto horror mai uscito dalla piattaforma di Scotts Valley.

Midnight Mass_recensione

Colpa, fede e redenzione

Midnight Mass è la storia di una comunità: quella di Crockett Island. Riley (Zach Gilford) vi fa ritorno dopo cinque anni in carcere, dove è stato rinchiuso per aver ucciso una ragazza mentre guidava ubriaco. Il suo cuore è rimasto a quella notte. Il viso della ragazza gli appare sempre, anche quando dorme, splendido e terribile.

In fondo, l’isola di Crockett è il posto perfetto dove espiare la colpa e cercare di rimettere insieme i pezzi, vicino alla famiglia e lontano dalla civiltà. C’è poco da fare a Crockett Island: si conteranno sì e no un centinaio di persone, tra cui figura anche uno sceriffo musulmano, Hasan, rifugiatosi qui per fuggire dall’odio e dal sospetto della città. Il cuore dell’isola è una piccola chiesa in legno, guidata da un anziano pastore che comincia a perdere colpi. Tuttavia il prete si sente male durante un viaggio in Terra Santa e lo sostituisce un più giovane e ispirato Padre Paul. Sarà la sua fede profonda, saranno i suoi sermoni infuocati, ma sull’isola cominciano ad accadere dei miracoli. Gli storpi guariscono. Le schiene si raddrizzano. I vecchi ricordano tutto. La fede si riaccende dalle ceneri e unisce tutti sotto il tetto di legno rischiarato dalle candele. Ma chi o cosa c’è dietro?

Capiamo subito quali sono i temi caldi di Midnight Mass. Abbiamo il senso di colpa del protagonista, che ha perso la fede e vive segnato dall’omicidio commesso. C’è il desiderio di maternità della sua ex-fiamma Erin, venuta sull’isola per sfuggire ad un passato doloroso. Abbiamo il tema della religione che diventa il senso su cui costruire una comunità. C’è la coerenza incrollabile di Hasan, che insegna al figlio a credere in Allah anche se la moglie è morta di tumore.

Ma c’è anche il pericolo dei dogmi insindacabili e della la fede cieca che ci trasforma (letteralmente) in mostri. Insomma, Midnight Mass ci regala molto più che un brivido a buon mercato, ma una storia matura, complessa, dove i legami tra i personaggi ci accompagneranno, man mano, in un finale tragico e commovente che ci prende tutti in causa.

Fino al giorno della nostra morte, amen

Mike Flanagan è abilissimo nell’indagare l’animo umano attraverso gli stilemi del genere. Tra i colpi di scena e il sangue denso che cola a fiotti sul sagrato, il regista inserisce attimi di profonda umanità. Riusciamo ad empatizzare con i personaggi, soprattutto con quelli che, senza considerarsi perfetti, riescono a fuggire ai pericoli di una fede che mette troppi paletti. Ci coinvolgono le loro storie familiari, i traumi che li trattengono; ci spaventiamo con loro quando poteri troppo grandi da comprendere si manifestano nella piccola chiesa di Crockett Island. A fine serie, ci ritroviamo a chiederci quale scelta avremmo fatto noi, di fronte ad una promessa di eternità, anche se blasfema.

Midnight Mass non nasce per spaventare (e basta). Si parla della famiglia, del perdono, ma soprattutto della morte (bellissimo il dialogo sul divano tra Riley e Erin, vero nucleo della serie). Che cosa ci aspetterà dopo il nostro ultimo respiro? Dio? Un sogno che dura pochi istanti prima del buio eterno? Diventeremo un tutt’uno con le stelle, a cui in fondo apparteniamo?

Nessuno può saperlo. Possiamo solo sperare, aiutarci e fare le scelte giuste durante la nostra vita, senza lasciare che il terrore ci spinga a perdere ciò che ci è più caro, ossia la nostra umanità.

In conclusione

Midnight Mass è una serie TV che mi ha segnato profondamente, impressionato e fatto pensare. Uno dei più suggestivi progetti di Mike Flanagan (dopo Hill House) che colpisce davvero al cuore, raccontando una storia che si prende sul serio ma senza risultare boriosa. Profonda come una notte rischiarata dal fuoco. Sottile come le ali di pipistrello sotto la luna. Malinconica come un pensiero ricorrente: la nostra mortalità.

Il mio Nu(vo)loto

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