Squid Game – La recensione della serie cult sudcoreana

Ci è riuscito Bong Joon-ho che nel 2019 si è aggiudicato tre Oscar con il suo sapiente mix tra thriller e critica sociale: il discutissimo Parasite. Con Squid Game, nuovo K-Drama targato Netflix, ci prova anche il regista Hwang Dong-hyuk. Il risultato? Una serie TV divertente, che non colpisce per originalità ma per la sua capacità di mescolare generi e registri narrativi. Pronti a sfidare la morte nel gioco del calamaro?

Il Club dei perdenti senza frontiere

Seong Gi-hun è uno scommettitore squattrinato, sempre in fuga da creditori senza scrupoli che vorrebbero strappargli un rene per rifarsi dei milioni persi. Odiato dalla ex-moglie, con una figlia che teme di perdere, Seong non sa che calamari pigliare per rialzarsi in piedi.

Finché una sera, in metropolitana, incontra un signore in giacca e cravatta che lo sfida a una dolorosa versione di Ddakji e poi lo invita a partecipare a una crudele gara tutti-contro-tutti dove, se arrivi primo, diventi milionario. Seong, colpito, accetta: non ha nulla da perdere, dopotutto.

Finirà, con altri 456 sfortunati, su un isolotto sperduto, a gareggiare in un sadico gioco a premi dove, ad ogni eliminazione, si muore per davvero. In palio c’è un porcellino salvadanaio con 43 miliardi di Won. Ma fino a che punto si è disposti a spingersi, per vincere?

Un polpettone gustoso al calamaro

Di sicuro, Squid Game non ha paura di citare, fino al limite della copiatura. C’è tanto di Battle Royale (2000), violentissimo cult giapponese con il leggendario Takeshi Kitano. C’è Parasite di Bong Joon-ho, nella spolverata di critica sociale che strizza l’occhio a chi vuole divertirsi ma mettendo comunque in moto il cervello. C’è Saw – L’enigmista (2004), nell’idea di una lotta senza quartiere per ritornare a vivere (oltre che nel colpo di scena finale, un po’ telefonato ma sicuramente gustoso).

Molto divertente l’idea di citare i giochi tradizionali coreani, sicuramente un tuffo al cuore per gli spettatori di Seul. Complicatissime le regole del gioco del calamaro, che dà il nome e il logo alla serie, una sorta di mix del nostrano Campanon mescolato all’acchiapparella e alle scazzottate tra ragazzini.

Squid Game è una serie furbetta, ma le si perdona tutto. Si vede lontano un miglio che molte scene sono pensate a tavolino per cercare la viralità, ma non è per forza un male. Il progetto gode di una buona scrittura e un buon approfondimento dei personaggi, sempre in bilico tra bene e male. Non è una serie manichea: tutti sono di una tonalità grigia e anche il protagonista, Seong, non teme di barare, quando si tratta di salvarsi le natiche. Questa secondo me, è la vera spiegazione del successo della serie, che sta riscuotendo consensi ovunque, dall’Italia agli USA, tra Tiktok, disegni e meme di ogni tipo.

Lick it up, Lick it uuuuup (your Dalgona biscuit)

Why do they always send the poor?

Da buona tradizione sudcoreana – come in Train to Busan o Snowpiercer – Squid Game nasconde dietro il genere una feroce critica alle contraddizioni della nostra società. I più poveri devono lottare ogni giorno per portare a tavola del pane. L’inferno è già fuori, ci dice la serie, e non solo nel gioco del Calamaro. Sono i ricchi a manovrare i fili: spettatori annoiati e perversi che, con una maschera da animali, puntano milioni sui concorrenti come se fossero cavalli.

Ancora una volta, il cinema di genere è perfetto per rompere le barriere culturali e risvegliare le coscienze. Lo fa, da un lato, punzecchiando lo spettatore; dall’altro compiacendo il suo inarrestabile istinto voyeuristico. Il successo di questo genere, in fondo, è proprio questo: siamo concorrenti anche noi. Ci immaginiamo di saltare sui vetri, proviamo il brivido di sapere quale sarà il prossimo gioco. Io, ne sono sicuro, avrei scelto l’ombrello.

In conclusione

Squid Game non inventa nulla, ma va bene così. Il ritmo è incalzante, le prove sadiche al punto giusto. È una serie che diverte e tiene incollati allo schermo. 9 puntate che volano via, in una infernale scalata verso il montepremi finale, quel maledetto porcellino di vetro sospeso al soffitto.

Piacciono i personaggi, approfonditi a puntino, convincono la fotografia e le scenografie. Ma colpisce soprattutto la riflessione finale sulla fiducia nell’umanità. Chi di noi, di questi tempi, non ha quasi gettato la spugna di fronte ai livelli di bassezza a cui può arrivare l’uomo? Ma forse ci sbagliamo. Forse, all’ultimo secondo, succederà un miracolo. Prima che scatti la Mezzanotte.

Il mio nuvo(lo)to

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