L’hobby di nonna

Quando sua madre entrò in camera – rigorosamente senza bussare, con in mano il cesto del bucato e un paio di orrende ciabatte aperte sul davanti – Arrigo stava navigando su Pornhub come un irriducibile Cristoforo Colombo della gnocca. Ma non si sarebbe fatto prendere in castagna, lui.

Ne era passata di acqua sotto i ponti da quando aveva scoperto Rita, la mano amica, e conosceva tutti i trucchetti di livello avanzato a menadito. Perciò premette Alt + F4 con nonchalance e quel mondo rosa e bagnato si spense, riportandolo alla collina verde del desktop. Immacolato e fuori pericolo, come un camorrista con un alibi perfetto messo a punto con l’aiuto di tre fedelissimi, e altrettanti omertosi.

Sorrise a sua madre con aria innocente e lievemente concentrata, quella di chi ha appena finito dieci anni di università di medicina e sta per entrare in corsia con camice, stetoscopio e tutto il resto. Peccato che lui fosse ancora una matricola, con il primo esame della sua vita – il temibile Anatomia 1 –  che gli pendeva in testa come il “bisturi” di Damocle.

“Ciao, mamma. Come sei radiosa, oggi.”

Lei tagliò corto.

“Sai che giorno è oggi?”

Lui alzò gli occhi al cielo.

“Lasciami indovinare. Devo pulire la mia camera, sia mai che qualcuno venga a trovarci?”

“No. Devi andare a trovare nonna.”

Arrigo si portò entrambe le mani alla faccia, mugolando.

“Cristo, la nonna. No dai mamma, non ho voglia. Andrò domani!”

“Lo dici da una settimana e continui a spostare. Dai, sai che ci tiene.”

“Ma mamma, ogni volta mi mostra quel cazzo di album del suo matrimonio, ormai lo conosco così bene che ho sempre paura di ritrovarmi dentro le foto, come Jack Torrence all’Overlook Hotel.”

“Modera le parole, questa casa non è un postribolo.”

Quanto adorava quella parola, sua madre: postribolo. Era tra le poche parole colte che conoscesse, lei, che era cresciuta in una dinastia di fiere casalinghe, forgiate nel fuoco della quotidianità – abilissime solo in quello che c’era da fare tra le mura di casa e poco più in là, come stendere il bucato in meno di un minuto e fare economia sui fustini di detersivo al supermercato giù all’angolo.

“No dai mamma non mi va.” ribatté Arrigo.

“E se ti dicessi che ti ha preparato una busta per il compleanno?”

Non serviva dire altro. Arrigo si alzò di scatto e infilò la giacca al volo. Busta per il compleanno. Suonava meglio di una hit di Emis Killa su Spotify.

“Mamma, potevi dirlo subito.”

“Come sei venale. Non sembri neanche mio figlio”

Venale. Altra parola colta. Oggi sua madre ci dava dentro. Visto che c’è perché non partecipa A chi Vuol Essere Milionario, così mi compra una casa in centro, pensò Arrigo, con una punta di acida ironia.

Uscì di casa trotterellando, prese la metro al volo ed era già davanti a casa della vecchia. Non entrò subito, perché preferì prepararsi mentalmente a quella specie di tortura psicologica. Rivedeva la scena in ogni dettaglio, come una puntata già vista di Netflix ripartita in automatico.

Nonna Sandra l’avrebbe accolto in una vestaglia sbottonata, con un sorriso tremolante e la solita puzza di cavolo verza, che permeava tutte le stanze, persino il divano pied de poule posizionato davanti a un televisore Mivar grosso quanto una lavatrice, con sopra un centrino e, più sopra ancora, una madonnina trasparente piena di acqua benedetta al gusto di plastica. Perché poi sempre il cavolo, se aveva diarrea un giorno sì e uno no? Arrigo non lo sapeva. Come non sapeva perché sua nonna considerasse belli quegli orribili piattini a fiori. Li aveva messi ovunque, sui ripiani della credenza, persino appesi al muri.

L’album fotografico sarebbe stato già lì, al centro della tavola, insieme a un piattino di biscotti secchi Oro Saiwa e un succo di frutta all’albicocca caldo come brodo di gallina. In fondo, la casa della nonna rimane sempre uguale ed è uguale per tutti i nipoti, come un fermo immagine di una soap opera anni ‘70. Resta così fino al funerale, allora i mobili scompaiono e la casa viene venduta e la vita di chi l’ha vissuta resta solo che un ricordo sbiadito. Una vecchia fotografia finita in una scatola di latta, a sua volta finita sotto il letto o in un armadio, sepolta sotto maglioni fuori moda che non ti va più di indossare.

“Che merda diventare vecchi.” pensò Arrigo, prima di suonare insistentemente alla porta. Tre, quattro volte, visto che la vecchiarda era sorda come una campana.

Non rispose nessuno. Magari nonna Sandra era in bagno, sotto gli effetti nefasti del cavolo, e ci avrebbe messo tre ore a rivestirsi e a percorrere il breve corridoio fino al citofono.

Arrigo sbuffò e si appoggiò al portone col braccio. Quasi finì a terra, perché il portone era solo socchiuso e si aprì di colpo. Il ragazzo ci caracollò dentro, riuscendo a rimanere in piedi solo mettendo le mani avanti, sul muro del corridoio coperto di cornici fotografiche in ferro battuto che, per via dell’urto, si misero a tintinnare tra loro come tante campanelle alla consacrazione.

Ma non c’era pericolo che Sandra lo avesse sentito. Aveva lasciato Radio Maria al massimo volume. Una specie di rave per integralisti cattolici. Stavano trasmettendo “Su ali d’aquila” in loop, cantata dal sosia meno dotato di Battiato.

“Nonnaaaaa!” gridò Arrigo, ma era difficile sovrastare “Non devi temere i terrori della notte, né freccia che vola di giorno, mille cadranno al tuo fianco, ma nulla ti colpiraaà”.

“Nonnaaa, ci seiiii?”

Sulla sua destra trovò la radio. Ma come si spegneva, con tutti quei bottoni e nessuno schermo? Ecco, finalmente ce l’aveva fatta ad abbassare quella lagna.

Fu allora che Arrigo vide i piedi uscire dalla porta socchiusa del bagno. Anzi, non proprio dei piedi, ma un paio di pattine sopra un paio di piedi. E sotto ai piedi, sbucava un telo in plastica, di quello che si mette a terra quando devi imbiancare le pareti perché non vuoi rimetterci il parquet.

“Ecco, lo sapevo. Ha fatto un infarto e tocca a me chiamare l’ambulanza. Cristo, perché non me ne sono rimasto a casa?”

Ammutolito, Arrigo si fece coraggio e aprì la porta del bagno. Era sicuro che avrebbe trovato la nonna con gli occhi sbarrati, la bocca aperta e il corpo legnoso come un manichino. Tutto, perché non le si vedessero le mutande. Gesù.

Ma non era la nonna. Era un signore di mezza età che Arrigo non conosceva, tutto rigido e nudo. Sua nonna era al suo fianco, in ginocchio, con un grembiule di pelle sporco di sangue e una sega chirurgica in mano. Gli stava segando un braccio ed era già a metà dell’opera. Si vedeva l’osso, i nervi e tutto il resto. Alla faccia di Anatomia 1.

“Ommioddiòòò” gridò Arrigo, trattenendo un conato di vomito.

La nonna balzò in piedi con un urletto, portandosi la mano libera al petto.

“A-arrigo! Che ci fai qui?”

“Io-io. Ero venuto a s-salutarti. M-ma vedo che hai da fare, ripasso dopo.”

Si rese conto che quello che aveva appena detto non aveva senso. Ma tutto non aveva senso, dopo quello che aveva appena visto. La nonna appoggiò la sega sul bidet e si passò una mano tra i capelli incanutiti.

“Oh, Arrigo. Mi spiace molto che tu abbia visto tutto questo. Credevo non saresti passato più oggi.”

Arrigo si sentì svenire e si lasciò cadere sulla cassapanca più vicina, rovesciando i libri di preghiere che ci erano appoggiati sopra. Allungò le gambe, scosse la testa, respirò a fondo per qualche secondo e si sentì meglio. O almeno quello che bastava per fare qualche domanda.

“Ma nonna, che cazzo è successo?”

“Bada alle parole, non siamo in un postribolo.”

“Ma siamo in un mattatoio, Cristo.”

“Non nominare neanche il nome di Dio invano. E poi non ci pensare. È solo lavoro. Lavoro e nient’altro.”

“Lavoro?”

“Già. Tesoro mio, luce dei miei occhi, come posso spiegartelo? Tua nonna è un’assassina prezzolata. Ecco. Tutto qui.”

“Tutto qui? E da quando lo fai?”

“Da sempre. Ho iniziato dagli anni ‘70. Che credevi? Che potessi permettermi un villino in centro facendo la casalinga e lavoricchiando come sarta? Chi credi che paghi la tua retta universitaria? Non certo tua madre o quel buono a nulla di mio genero. E poi con la pensione che mi passa lo stato posso comprarmi al massimo i pannoloni e pagare le bollette. E così mi sono dovuta ingegnare. Ho scoperto che sono brava a liberarmi dei cadaveri tanto quanto so accorciare un paio di pantaloni. Sono entrambi dei lavori di precisione, non credi?”

“E… e il nonno lo sapeva?”

“Pace all’anima sua. Certo che lo sapeva. È che gli piaceva troppo fare il mantenuto per protestare.”

Effettivamente, l’unica cosa che Arrigo aveva visto fare a suo nonno era quella di leggere il giornale mentre si dondolava sulla sedia in giardino, con un bicchiere di vino sul tavolino. Al massimo sbucciare mandarini o sgusciare scampi nell’angolo della cucina.

Arrigo si passò una mano sulla fronte e accennò un debole sorriso.

“E io che credevo che passassi tutto il pomeriggio al circolo dell’uncinetto.”

“Ma è proprio lì che ricevo i miei clienti.”

“Roba da non credere.”

La nonna gli sorrise, poi ridiventò seria.

“Beh, che facciamo adesso?”

“Non lo so – rispose Arrigo, pensieroso – ma quanto hai detto che si guadagna ad ammazzare qualcuno?”

“Non l’ho detto. Più o meno 5000 euro a persona.”

Gli occhi di Arrigo brillarono.

“Wow. E serve qualche abilitazione per farlo?”

“Oh, no. È un lavoro da libero professionista, si impara sul campo, e non devi fare neanche la fattura.”

Arrigo ci pensò su qualche secondo, qualche brevissimo secondo, quasi un battito di ciglia. Ripensò ai libri di medicina che aveva accumulato sulla scrivania e all’esame di anatomia che lo aspettava a fine mese. Doveva ancora iniziare a studiare. Si immaginò col camice bianco, mentre litigava con una donna che non voleva fare il vaccino al figlio o con un signore che sapeva già la diagnosi perché l’aveva appena letta su Google.

“Che ne dici di insegnarmi, nonna?” propose.

La vecchia si passò una mano sul mento, lasciandoci sopra un baffo rosso di sangue.

“Dici davvero? Credi di esserci portato per l’omicidio su commissione?”

“Non lo so. Ma nella vita le cose bisogna provarle, no?”

La vecchia rise e la sua dentiera le ballò sulle gengive.

“Va bene, tesoro. Ma sei sicuro di non volere un succo all’albicocca, prima di iniziare?”

“Magari dopo, nonna. Magari dopo.”

“D’accordo. Ecco, allora, tu prendi la sega, parti dall’osso. Lezione numero 1… Non serve a niente uccidere qualcuno se poi non sai come far sparire il corpo o pulire le tue tracce.”

Arrigo trattenne il respiro e ci mise olio di gomito. Diavolo. Molto meglio di Pornhub.

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