Shtisel – Semplicemente vita.

Ho appena finito la terza serie di Shtisel e sono rimasto col magone. Erano anni che non mi capitava di sentirmi così coinvolto da una storia.

Sarà l’ottima scrittura dei personaggi, sarà la recitazione eccellente di tutto il cast (tra cui spiccano Dov Glickman e Shira Haas), ma questa preziosa serie ha davvero scavato una nicchia nel mio cuore e credo lo abbia fatto con tutti, visto il successo planetario che sta ottenendo. Shtisel piace a tutto il mondo, dagli atei ai cristiani, dai musulmani agli ebrei e questo è davvero un piccolo miracolo (anche se solo televisivo).

Shtisel è una serie televisiva israeliana che ci porta in una comunità chassidica di ebrei ultraortodossi che vive nel quartiere di Geula, a Gerusalemme. Ci vengono aperte le porte di un mondo altrimenti a noi precluso, fatto di ferrei riti quotidiani, regole da rispettare, appartamenti spogli, matrimoni combinati e abiti tradizionali. Guai a te se dimentichi a casa i Tefillin!

A differenza della serie Unhortodox che parla della drammatica fuga di una giovane donna da una comunità chassidica Newyorkese (e di cui pubblicherò presto la recensione), Shtisel dipinge la comunità religiosa in modo delicato, rispettoso, senza critiche o doppi fini. Ce la racconta così com’è. Nessun riferimento politico, nessun dito puntato ad uno stile di vita assurdamente restrittivo per i nostri standard. Shtisel mette in scena “semplice vita” raccontata bene e con un’ironia che rende tutto irresistibile.

Foto: Netflix

La trama è di una semplicità disarmante e proprio per questo ci fa stupire ancora di più (per una volta non c’è bisogno di robottoni giganti, sparatorie in moto e colpi di Kung Fu per tenere incollate le persone allo schermo). È la storia della famiglia Shtisel, che si destreggia negli ostacoli di tutti i giorni: lavori che non si trovano, figli che si ribellano, mariti che scappano.

Ci identifichiamo in loro perché i problemi che trovano sulla loro strada sono simili ai nostri. E poco importa che siamo dall’altra parte del mare, inscatolati in vite che ci sembrano più libere delle loro. Ognuno ha i propri riti. Loro leggono la Torah ogni sera, noi il feed di Facebook. Loro mangiano kugel, noi avocado toast, loro ascoltano musica tradizionale, noi Sfera Ebbasta (sigh).

Ognuno di noi si identifica di più in un personaggio. C’è Akiva, pittore osteggiato dalla famiglia che lo vorrebbe inquadrato in un lavoro tradizionale. C’è Shulem, anziano padre di famiglia che crede di dare ai figli le spinte giuste, ma non si accorge di fare sempre il proprio interesse. C’è Giti, costretta a sopravvivere senza un marito e poi a ritrovare il coraggio di perdonarlo.

Il grande insegnamento di Shtisel è proprio questo. Siamo diversi, ma siamo uguali. Le donne possono indossare parrucche per uscire fuori di casa, ma vivono gli stessi dubbi delle donne occidentali. Gli uomini vorrebbero spaccare il mondo, ma poi scoprono di essere fragili. Siamo tutti uguali, amiamo tutti allo stesso modo.

Senza voler scendere in considerazioni politiche (che non mi competono) sul recente conflitto tra Israeliani e Palestinesi finire questa serie mi ha fatto riflettere molto su quanto sia fondamentale aprire la mente e conoscere realtà che ci sembrano distanti. Quando leggiamo un libro, quando guardiamo un film o una Serie TV, ci alleniamo a pensare in modo diverso. Guardiamo oltre gli abiti, i riccioli sui capelli, i buffi cappelli indossati sopra la kippah. Le differenze sfumano, le somiglianze vengono alla luce. Siamo umani ad ogni latitudine o longitudine. Siamo umani oltre muri, confini e fili spinati.

Ancora una volta, basta poco per entrare in sintonia con gli altri. Basta vivere le storie. Peccato che sia più facile lanciare bombe.

Il mio nuvo(lo)to.

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