Il Confessionale

“In nomine patris et fili et spiritus sancti, Amen. Va’ in pace, Dio ti ha perdonato.”

La vedova Morolli, ottantatré candeline appena spente, si rialzò dall’inginocchiatoio con un sinistro scricchiolio, come se una ruspa avesse appena scaricato una montagna di ossicini sul pavimento.

“Grazie, padre.”

Don Gino la congedò con un pallido sorriso, anche se da dietro quella grata nessuno avrebbe mai potuto vederlo sorridere. Soprattutto se quel qualcuno indossava un paio di occhiali spessi come il fondo di una bottiglia.

Era stata una serata di confessioni non stop. Dalle 16 alle 19.30, una lunga fila di fedeli aveva riempito la chiesa, tutti uno dietro l’altro, come al supermercato. E il paragone calzava, perché chi usciva da quella chiesa stringeva tra le mani una redenzione sottile e deperibile come una fetta di prosciutto.

C’era chi ci credeva davvero alla confessione. Chi invece era lì per abitudine. Altri, perché si sentivano semplicemente soli e non avevano nessuno con cui parlare. Come la vedova Morolli.

Padre Gino li aveva ascoltati con pazienza mentre gli scaricavano addosso i loro peccati. Peccati piccoli come sassi, innocui da soli, ma che insieme avevano creato una montagna di problemi. A furia di ascoltarli, a Don Gino era venuta la solita “emicrania del buon pastore”, come la chiamava lui. Un cerchio alla testa che non aveva niente a che vedere con un’aureola.

Il vecchio prete sospirò e si asciugò la fronte con un fazzoletto. Non vedeva l’ora di tornarsene in canonica a guardarsi Don Matteo, la sua fiction preferita. Che cosa avrebbe dato per vestire i panni di Terence Hill, che con la sua bici viaggiava per tutta Gubbio risolvendo casi di omicidio e salvando anime tra una pedalata e l’altra. Quanto avrebbe voluto un briciolo di emozione, in quella sua vita da parroco di paese! Dopo quarant’anni, la trovava una vita come tante oltre, né inutile né importante. Semplicemente banale. La storia era trascorsa lentamente, coi suoi alti e bassi, mentre lui se ne stava lì, in quel confessionale, a sprecare i migliori anni della sua giovinezza.

Non era un tipo da farsi troppe domande, Don Gino, né uno che guardava al passato o a quello che avrebbe potuto essere. Ma quella sera in particolare si sentiva solo, senza scopo, svuotato. Stanco. Così stanco che aveva l’impressione che se fosse rimasto nel confessionale ancora un po’ ci sarebbe morto dentro. La donna delle pulizie l’avrebbe trovato lì la mattina dopo, addormentato per sempre in quella strana bara extra-comfort tutta colonne e arzigogoli in legno.

Il rintocco sordo del campanile lo distolse dai suoi pensieri.

“È ora di tornare a casa.”si disse il vecchio.

Si era appena tolto la stola quando la porta della chiesa si aprì con uno colpo secco. Un vento gelido soffiò nelle navate, facendo tremolare le candele. Don Gino si ammutolì e rimase ad ascoltare.

Un rumore di passi. Passi molto strani, pesanti, rumorosi, come se qualcuno indossasse un paio di ingombranti zoccoli olandesi, davvero fuori luogo in quella stagione.

E poi avvertì un odore pungente, infernale. Lui lo conosceva bene, perché era nato a Pozzuoli e quando era bambino andava a passeggiare nelle solfatare. Sì, era odore di zolfo, impossibile sbagliarsi. Tanto forte da togliere il fiato.

Don Gino si raggomitolò su se stesso, tremando come una foglia, mentre una figura enorme cresceva e cresceva, riempendo d’ombra il confessionale. Chiunque fosse, si inginocchiò sui gradini di legno con un sospiro da far rizzare i capelli. La struttura del confessionale ondeggiò e gemette, ma resse.
Poi l’individuo parlò attraverso la grata. La sua voce era profonda come il cuore marcio del mondo.

“Salve, padre. Sono qui per confessarmi”.

“C-certo figliolo – borbottò il sacerdote, sforzandosi di ricomporsi –  In nomine patris et fili et spiritus sancti. Dimmi cosa ti pesa nel cuore, figliolo.”

“Sa, è la prima volta che mi confesso. Da molti millenni.”

Millenni? Don Gino credette di aver sentito male e sorvolò.

“Capisco. E sono tanti i peccati che hai commesso?”

Lo straniero rise e tutta la chiesa risuonò di quella risata, come una malefica campana sepolta nella terra.

“Tanti? Tutto il male che si poteva compiere. Mi sono fatto tutta la lista più e più volte, con le aggravanti e tutto il resto. Si può dire che, ai piani alti, io sia il Nemico numero uno.”

Don Gino cominciava a innervosirsi. Una goccia di sudore freddo gli colò lungo il collo, bagnando il collarino ecclesiastico.

“C-che intende dire?”

Lo straniero ridacchiò ancora.

“Non l’ha ancora capito, Don Gino? Io sono il diavolo.”

“C-come il diavolo? Se questo è uno scherzo, non lo trovo affatto divertente.”

Il parroco fece per tirare la pesante tenda di velluto e sbirciare fuori.

“Oh, non le conviene farlo. Se mi scorge anche solo con la coda dell’occhio, si tramuterebbe in cenere. Beh, sempre meglio che in sale, no?”

Il prete si lasciò cadere sul sedile. Non sapeva perché, ma il suo cuore gli suggeriva che lo straniero stesse dicendo la verità. Era al cospetto di Lucifero, di Belzebù, del Signore delle mosche, del Principe di questo mondo, eccetera, eccetera, eccetera.

“Che ci fa qui, nella casa del Signore. È un sacrilegio… u-un affronto.”

“Forse lo è, sì – rispose il diavolo, con una punta di dispetto – ma tant’è che sono qui. E lei deve fare il suo mestiere. Nel bene e nel male.”

Si interruppe per un po’ e poi ricominciò a parlare.

“Mi perdoni per i miei modi. È che… stamattina mi sono svegliato, ho aperto la finestra della mia camera che dà sul Cocito e mi sono sentito vuoto. Capisce? Vuoto. Ho ripensato alle stronzate che avevo fatto e a quella faida con mio Padre. È nato tutto perché la pensavamo diversamente. A me piacevano i tatuaggi, le Harley-Davidson, i Rolling Stones. A Lui le tuniche lavate con perlana. A me piaceva fare bisboccia, tirare scherzi alla gente, punzecchiare quegli idioti degli umani. Mentre a lui quelle scimmie rasate lo facevano impazzire. Gli solleticavano l’istinto materno. Ero geloso di loro, sì lo ammetto. Poi ci fu il fatto della mela e tutto andò a rotoli. Fui cacciato e mi feci un appartamento tutto mio, nel cuore dell’inferno. Ma ci provi lei a governare su un porcile, dove la gente non fa altro che strillare dalla mattina alla sera. È così… deprimente. Lo confesso: mi mancano le arpe, i cori angelici, i biscotti con la vaniglia e il tè delle cinque.”

Don Gino si massaggiò la fronte.

“Senta, capisco il suo disappunto e i suoi problemi. Ma c’è un altro problema: la verità è che è capitato nella chiesa sbagliata e con il prete sbagliato.”

“Come sarebbe a dire?”

“Sarebbe a dire che non ho più fede, nemmeno una goccia. E il sacramento della confessione non ha valore, se non viene fatto con fede.”

“Come sarebbe a dire che non ha fede?”

Il vecchio prete sospirò.

“Sarebbe a dire che mi sento inutile e che, se potessi tornare indietro nel tempo, continuerei a studiare medicina, altro che il seminario.”

“Questa è bella. Ero venuto per ricevere conforto e devo darlo a lei, mi scusi.”

“Lei ha ragione. È che stasera mi sento molto giù. Ormai sono vecchio e sa come sono i vecchi: si lasciano andare alla malinconia. Mi sono guardato alle spalle e sa cos’ho visto? Una vita che non conta. Che ne ho fatto della mia missione sacerdotale? Sono stato in Africa, ho salvato bambini, appestati? No, sono sempre stato qui, a benedire vecchiette e pupi urlanti. Mi chiedo se, in questi quarant’anni, io abbia fatto qualcosa di davvero buono. Mi chiedo se io abbia fatto la differenza.”

Il diavolo ridacchiò e tamburellò gli artigli sul legno, sulle note di We will rock you.

“Lei si sbaglia. Anche se non lo sa, lei ha fatto molto per gli altri.”

Don Gino si agitò sulla sedia, speranzoso.

“Davvero?”

“Si fidi di me, io sono uno che la sa lunga. Le farò degli esempi. Ha presente il Cavalier Malacani, il politico, quello del caso Puttanopoli.”

“Certo, me lo ricordo perfettamente.”

“Bene. La sua anima mi è sfuggita per un soffio proprio perché prima che morisse lei l’ha confessato, e lui si è pentito ed è diventato un angioletto in piena regola con le ali e tutto il resto.”

“Non ci posso credere. Lei mi sta prendendo in giro.”

“Assolutamente no, glielo giuro. So che millenni di cattiverie non depongono a mio favore, ma tant’è. E quel ragazzo che venne qui l’estate scorsa e le confessò che era uno spacciatore, se lo ricorda?”

“Sì, me lo ricordo come se fosse ieri. Una povera pecorella smarrita con una cresta punk alta mezzo metro.”

“Bene, deve sapere che dopo il colloquio con lei, ha deciso di diventare missionario e ora insegna ai bambini in Kenya.”

“Oh, che bella notizia” – la voce di Don Gino brillava d’emozione –  non credevo di aver mai fatto qualcosa di buono. Davvero, non lo pensavo. Mi sento liberato di un peso. Io… mi lasci qualche secondo per riprendermi.”

Il diavolo sorrise e il suo era un sorriso che avrebbe fatto inacidire il burro: colpa di quei canini appuntiti e della lingua biforcuta.

“Vede che i suoi timori erano infondati? Ora, se non le dispiace, vorrei che tornassimo a noi.”

Dall’altra parte, silenzio. Il Diavolo tossì forte, due, tre volte.

“Don Gino, mi scusi ma non ho molto tempo. Ho un regno da portare avanti e un mare di scartoffie da firmare.”

Nessuna risposta. Allora il Diavolo si sporse, aprì scrupolosamente la tende e gettò un’occhiata nel confessionale.

“Oh, Cristo.” borbottò.

Don Gino era lì, accasciato contro il legno dello schienale, morto stecchito. Se n’era andato in tranquillità, con un sorriso di pace dipinto sul volto.

“Oh, Cristo” ripeté il Diavolo, poi si grattò la barba. E così quella vecchia anima aveva fatto il suo corso. E se lui non fosse stato lì, a parlarle, ora starebbe fluttuando in un posto ben più caldo e stretto del paradiso.

Satana sorrise. Aveva appena compiuto la sua prima buona azione, e si sentiva incredibilmente leggero. Chissà, forse avrebbe anche potuto farne l’abitudine. Stiracchiò le ali e uscì fuori dalla chiesa sotto la fredda aria invernale. Alzò gli occhi alle stelle, che lo scrutavano come tanti occhietti intenti a giudicarlo.

“Sentito papà? Forse dopotutto i tuoi consigli non erano una stronzata.” E detto questo il diavolo tracciò un segno nell’aria, aprì uno squarcio nella piazza e scese negli abissi del suo regno. Aveva una mezza idea di trovare l’anima di un interior designer che lo aiutasse a rinnovare la tappezzeria.

Nello stesso momento, a pochi chilometri da lì, sulla statale 17, un paio di angeli sfrecciavano contromano con una macchina rubata e una scorta di tequila che tintinnava nel bagagliaio.

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