Gamberi

La rete da pesca non è nei miei pensieri mentre me ne sto lì, sul fondo del mare. Ci zampetto allegramente, tra sabbia, conchiglie e coralli. Corro dietro a Roberta, una bella gamberetta con una carapace da schianto e due antennone sexy. Sono certo di acchiapparla, questa volta. Ne va del mio orgoglio crostaceo.

Poi, accade qualcosa che non mi aspetto: un’ombra mi cala addosso e finiscono nella ressa insieme a granchi, seppie e altri pesci; mi strattonano a destra e sinistra e poi su, con uno strappo; il buio confortevole del mare viene sostituito da una luce accecante e dal canto stridulo dei gabbiani. Per il capitano Nemo: sono nel mondo che sta dall’altra parte dal mare, su un peschereccio al largo di Gioia Tauro, tra gente abbronzata e in canottiera che parla di crisi, mutui e di quei bastardi dell’INPS. Neanche il tempo di raccapezzarmici che, splash, mi ritrovo in una cassa di polistirolo coperta di ghiaccio, insieme ad altri miei colleghi che agitano storditi le zampette e roteano gli occhi. Oh, ma credete che il mio viaggio sia già finito? In un lampo sono al mercato, in una bancarella che dà sul mare; l’aria della costa mi agita le antenne, mentre un sacco di gente fa la fila per vederci, ci prende in mano, ci gira e ci rigira, qualcuno persino ci annusa. Giusto il tempo di qualche contrattazione, e stavolta mi caricano sul retro di un furgone, che parte di gran carriera lungo la costa, saltellando ad ogni buca sulla strada.

Dopo qualche minuto, il veicolo si ferma, le porte si aprono, fanno capolino due tizi con una camicia bianca e tanti bottoni, prendono la cassa e ci portano dentro una stanza piena di vapore: la cucina di un ristorante. Finisco tra le mani di un sous chef che mi stacca la corazza, mi sfila le zampe e le budella, e mi lava sotto l’acqua. Ora sono pronto per quattro salti in padella, dove mi fanno una piacevole doccia col vino bianco. Qualche secondo di cottura e mi impiattano su un letto di riso carnaroli aromatizzato al lime, coperto da una pioggia di prezzemolo croccante. Una macinata di pepe e mi portano fuori, attraverso una porta basculante che sembra quella di un saloon.

Finisco il mio viaggio su un tavolo apparecchiato a festa, tra posate d’argento e calici di cristallo. Sono tutto nudo, in un piatto bianco con il bordo d’oro. Nudo, cotto, condito a puntino, ma vivo. Strano, eh?

Mi guardo attorno e vedo un tizio seduto davanti a me, con un nasone e una faccia da pesce lesso. Si è annodato il tovagliolo attorno al collo e tiene in mano un cucchiaino colmo di una polvere bianca.

“Ehi, tu – gli dico con una punta di risentimento – Non sarà mica parmigiano reggiano quello che mi vuoi mettere sopra?”

L’idiota si guarda attorno con faccia stupita. “Devo avere le traveggole”, starà pensando. Alza le spalle come per liberarsi da quei dubbi e riavvicina il cucchiaio al piatto. Da qui lo vedo benissimo. Orrore! È davvero parmigiano.

“Ehi, mi senti? Sì, dico proprio a te!”.

L’uomo finalmente capisce da dove viene la voce e abbassa lo sguardo. Per aiutarlo a mettermi a fuoco, mi agito sul piatto come un lombrico, sollevando coriandoli di prezzemolo. Lui sgrana gli occhi e le labbra gli tremano. Lascia cadere il cucchiaio sulla tovaglia e si mette le mani sui capelli.

“Oh, Cristo, non di nuovo. Ho appena finito le sedute dal mio psicologo. Con tutto quello che l’ho pagato!”

“Non sei svalvolato, bello mio – gli dico – Sono proprio io che parlo.”

L’uomo ride nervosamente e strabuzza gli occhi (beh, l’aria del pazzo forse un po’ ce l’ha). Si guarda attorno per paura di fare la figura del fesso con tutto il ristorante, poi abbassa la faccia sul piatto e mormora, più a sé stesso che a me:

“Forse sto sognando. Sì, sto sognando, non c’è altra spiegazione. Non è possibile che un gambero parli. Dopo essere stato cotto, soprattutto.”

“Tante cose sono impossibili a questo mondo – gli dico – eppure accadono. Ti ricordo che viviamo sopra una palla gigante che galleggia nel vuoto e ruota in continuazione.”

“Effettivamente” – concorda l’uomo.

Cala un silenzio imbarazzato, poi il tizio ricomincia a parlare.

“Be, non so come dirtelo, ma io sono qui per mangiarti. Spero che tu non abbia nulla in contrario.”

“Oh, no – gli rispondo io – non sono mica vegano. È il circolo della vita, dopotutto. Tu mangi me e qualcun altro prima o poi mangerà te. Sono in pace con me stesso, in questo senso, non ti preoccupare. Ma ti impedisco di mettermi sopra del parmigiano.”

“Perché? A me piace!”

“Beh, vuol dire che di cucina non ne capisci un’acca. Sei italiano, mica inglese.”

“In realtà sono nato proprio in Inghilterra e vivo qui da cinque anni.”

“Ah, ecco spiegato il curioso accento e i tuoi gusti di merda. Beh, fidati di uno che vive in Italia da sempre. Sul pesce, non ci va il parmigiano. Mai e poi mai. Se vuoi possiamo parlare di quanto stiano bene la burrata e i gamberi, ma quello è un altro discorso.”

Lui incrocia le braccia e mi guarda con aria di sfida.

“E invece a me piace, senti un po’ la novità, e ti mangerò così. E poi non posso più parlare con te. La mia ragazza è andata al bagno e presto tornerà. Beh non è proprio la mia ragazza. Ci sto lavorando, diciamo. Perciò chiudila qui con questa storia. Non puoi mandarmi a monte la serata.”

“Beh, almeno fallo per la tua ragazza. Io di certo non la darei a un uomo che mette il formaggio sui gamberi!”

“Oh, lei non ci bada a queste cose. È tedesca.”

Vorrei fare un gestaccio con le zampe, ma purtroppo non le ho più. L’uomo si raddrizza e si agita sulla sedia, tutto ringalluzzito. Diventa rosso in faccia, un po’ com’ero io prima che mi staccassero la corazza.

“Eccola che ritorna dal bagno. Per favore, non farmi fare figuracce.”

“Dipende da te – lo minaccio – e da quel cazzo di cucchiaio.”

Una donna si avvicina. Proprio un bel bocconcino, devo dire, con due pere niente male. Si siede, solleva il calice e sorride al beota.

“Auguri, Matthew.”

“Auguri, Agnes.”

Non faccio in tempo a staccare gli occhi da lei, che Matthew mi sommerge di formaggio a tradimento.

“Eh no, pezzo di merda.” gli grido dietro.

“Zitto tu!” ribatte lui.

“Come, scusa?” chiede lei.

“Niente, tesoro”.

Matthew mi infilza per benino con la forchetta. Ci prova gusto, questo sadico bastardo.

“Ultimo avvertimento! – gli strillo – Se mi sprechi così… se dopo l’odissea che mi è toccata mi riservi questo destino, non hai idea di quello che ti faccio passare. Ricorda la parabola di Poseidone: fai del bene a uno di questi crostacei e la ricompensa sul fondo del mare sarà cento volte tanto. Ma osa cospargere formaggio su di loro e la vendetta degli abissi calerà su di te!”

Matthew non mi ascolta e avvicina la forchetta alla bocca. L’ultima cosa che vedo sono i suoi dentacci squadrati e la sua lingua molle, da bavoso umano. Addio, mondo crudele. Dite ai miei amici che sono stato ucciso dalla volgarità gastronomica.

Matthew mastica lentamente, godendosi tutte le sfumature di sapore del crostaceo scottato, coperto dal gusto salato del parmigiano. Poi deglutisce, si pulisce la bocca col tovagliolo e sorride.

“Buonissimo questo risotto, vero?”

“Oh, sì.” risponde Agnes. La donna abbassa gli occhi sul piatto, poi li rialza di botto, fissandoli sul suo compagno.

“M-matthew – balbetta – non so come dirtelo, ma qualcosa ti sta crescendo in t-testa. Sembrano… due… corna!”

“Dove?” si tocca lui, allarmato. È vero: sul cranio ha due bozzi appuntiti e sottili, come gli steli di due spighe giganti. E crescono a dismisura. Mentre parla sono quasi arrivati agli occhi. Riesce a distinguerli davanti a sé, anche se sfocati.

“Non sono corna – urla Agnes – sono a-antenne!”

Matthew si alza di scatto, rovesciando la sedia e trascinandosi dietro tovaglia e posate. Si guarda le mani, proprio mentre le dita si appiccicano l’una all’altra. La pelle diventa rigida e trasparente, di  colore rosso scuro. Ora non ha più le mani, ma due chele sottili, che si aprono e chiudono come nacchere. Gli stanno crescendo anche delle zampe sottili, tipo trampoli, che fuoriescono dal suo addome. Bucano la maglietta come le zampette di un ragno da sotto la buccia di una banana.

“A-aiutami” vuole gridare Matthew, ma si accorge di non avere più la bocca. Anche gli occhi, ormai, sono ridotti a palline nere, senza più un briciolo di umanità.

Agnes urla come una dannata, si appoggia sul tavolo e vomita, prima di svenire. I commensali si sono già accorti di tutto e si esibiscono in urla di tonalità diverse. C’è un fuggi fuggi generale, tavoli rovesciati, persone che si calpestano l’un l’altra, un vecchio in un angolo che si accascia portandosi le mani al petto e chiamando a gran voce la madonna. Matthew nel frattempo si inarca: la schiena ormai buca la camicia. La trasformazione in gambero è quasi completa. Il cuoco nel frattempo, seguito dalla brigata al completo, esce armato di mannaia e con un grido bellicoso prova ad affettare il mostro in due.

Vista la mal parata, il gamberuomo se la dà a zampe, sfondando la vetrata del ristorante e, tutto scoordinato, scappa sulla sabbia diretto verso il mare. Tiki-tiki-tiki fanno le sue zampette, trascinate come stuzzicadenti sui granelli bollenti. Nella sua corsa, il gamberone calpesta a morte due bagnanti che si sono addormentati sul bagnasciuga, schiva un bagnino che lo vorrebbe abbattere con un remo e buca con le sue estremità il canotto di un bambino occhialuto, che scoppia in lacrime e strilla.

Ecco il mare, finalmente. Libero, sconfinato, un mondo inesplorato in cui far sguazzare la sua nuova vita da decapode. Mentre si avvicina alla spuma delle onde, Matthew-gambero comincia a rimpicciolire; diventa prima della grandezza di un pechinese, poi di un castoro, infine di una tartaruga. Quando tocca l’acqua, è ormai un gamberetto a tutti gli effetti.

Si tuffa e comincia ad agitare le zampette come un provetto nuotatore, evitando le gambe pelose dei bagnanti e i loro piedi callosi. Si inabissa con un tuffo degno di un campione olimpico e, finalmente, raggiunge il fondo, dove si sotterra nella sabbia, lasciando che a spuntare siano solo le antenne. Il-non-più-Matthew si guarda attorno circospetto, ma con un pizzico di curiosità: com’è diverso il mare da quella prospettiva! Sicuramente non ci sono tasse da pagare, né bolli auto, lì in fondo al mar. L’acqua è fresca, la fauna brilla di colori, le tane sono gratis. E, guarda che storia, c’è una bella gamberetta a pochi passi da lui, con un carapace da schianto e due antennone sexy. Il novello gambero agita le zampette e si getta al suo inseguimento, con gli occhietti neri che brillano.

Forse, dopotutto, quella sera non andrà in bianco.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Blog su WordPress.com.

Su ↑

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: